John Scofield – Bill Stewart – Steve Swallow Swallow Tales

1. She was young
2. Falling Grace
3. Portsmouth Figurations
4. Awfull Coffee
5. Eiderdown
6. Hullo Bolinas
7. Away
8. In F
9. Radio

John Scofield – chitarra
Steve Swallow – basso
Bill Stewart – batteria

Aveva vent’anni John Scofield quando incappò nel basso di Steve Swallow: erano in quel di Berkley e Swallow lì insegnava, anche allo stesso Scofield. Di lì in poi, il bassista di Fairl Lawn è stato il mentore – anche spirituale – di Scofield, che ha sempre amato la sua musica. A distanza di quasi cinquant’anni il chitarrista dedica tutto se stesso a mettere nero su bianco e interpretare la musica di Swallow. E lo fa con il consueto ardore e l’impeccabile tecnica che lo contraddistingue, scegliendo dal ricco carniere di Swallow nove imprescindibili brani, che qui trovano un nuovo percorso.

Il risultato, manco a dirlo, è formidabile. Tre fuoriclasse che si accomodano intorno al fuoco sacro di alcune composizioni che sono – e saranno – la storia del jazz.

Già con “She Was Young” (al tempo cantata da Sheila Jordan), l’affiatamento è più che palpabile, con Bill Stewart che disegna soluzioni ritmiche con eccezionale garbo, Swallow che fa “cantare” il suo basso e Scofield, con il suo fraseggio posato, giostra con una sicurezza che fa impallidire tra effetti di saturazione e riverbero, impacchettando blues in armonia con il bassista.

C’è mezzo secolo di Steve Swallow qui, ma anche mezzo secolo di jazz. Se ognuno porta bei doni, il regalo più bello è il trio che funziona a meraviglia. Stewart è un rifinitore di ritmi, suggeritore di swing, tocca con il pennello ogni tamburo e piatto per regalare passaggi armoniosi, come in “Falling Grace”, che esalta la “vocalità” del suo strumento. E sempre Stewart, poi, usa il ride a mo’ di frusta per spronare i suoi compagni di viaggio nell’esecuzione corale di “Portsmouth Figurations”. E’ un ciclo che si ripete, anche nei brani più soffici (“Awfull Coffee”“Hullo Bolinas”), nei tempi intermedi “Eldertown”, dove Scofield è di un’intensità con pochi paragoni; alla stregua della scioltezza e del rigore armonico con cui fa da contraltare a Swallow in “Away”.

Un disco da tenere sempre a portata di mano, nel caso in cui si dovesse perdere di vista la buona musica.