Alexander Hawkins, Iron Into Wind, Intakt

Nome ormai affermato nell’ambito del jazz e dell’improvvisazione europea (si muove con agilità tra Mulatu Astatke e Evan Parker), Alexander Hawkins si cimenta qui con il piano solo su materiali elaborati originariamente in residenza a Civitella Ranieri, in Umbria. Con due punti di riferimento come Leoš Janáček e Mal Waldron (del primo rileva il lavoro di rielaborazione iterativa di materiale folkorico, del secondo la proverbiale essenzialità del gesto pianistico), troviamo nel disco cellule motiviche dense che costruiscono insolite architetture, astrazioni tridimensionali sul cui sfondo aleggia lo spirito del blues, un’attenzione particolare alle risonanze e alla pregnanza timbrica, a comporre un programma di dodici pezzi non troppo lunghi, sorprendenti e intrisi di bellezza. Eccellente.