Art Tatum

Tatum, noto per il suo virtuosismo e per la sua abilità e creatività come improvvisatore, era considerato dai suoi contemporanei il massimo pianista jazz vivente, al punto che, al suo entrare in un locale, Fats Waller sul palco, interruppe la sua esibizione per annunciare agli spettatori che “il Dio vivente del pianoforte” era appena entrato nella sala. Al di là delle esagerazioni, si tratta senz’altro di uno dei più grandi pianisti del XX secolo.

Biografia
Nacque a Toledo nell’Ohio nel 1909. Fin da bambino fu affetto da cataratta che lo rese parzialmente cieco da ambedue gli occhi. Dopo una decina di dolorose operazioni avvenute durante l’infanzia e la prima adolescenza, riuscì a riacquistare la vista di circa il 70%. Purtroppo, secondo il suo biografo James Lester, all’età di 20 anni subì un’aggressione da un rapinatore all’uscita da un locale di Toledo e, durante la colluttazione, venne ripetutamente percosso alla faccia, perse nuovamente la vista all’occhio sinistro e conservò solo il 25% della visione nell’occhio destro. Iniziò a suonare da giovane, seguì qualche corso al liceo di Toledo, ma gran parte della sua istruzione fu da autodidatta; e ancor oggi risulta stupefacente come sia riuscito a raggiungere da solo quei livelli di virtuosismo tecnico e musicale che lo hanno reso famoso. Quando nel 1932, si trasferì a New York per accompagnare la cantante Adelaide Hall, portò già con sé un bagaglio enorme di esperienza professionale risalente alla metà degli anni venti; nel 1929 aveva tenuto un suo spettacolo alla radio.

Debuttò quindi a New York come uno dei due pianisti che si alternano nell’accompagnamento di Adelaide Hall: ed è nel 1932 che i suoi assoli (celeberrimo quello su Tiger Rag) rivelarono al pubblico il suo inarrivabile talento. Grande ammiratore di Fats Waller e di Earl Hines, Tatum suonava stride, swing e boogie woogie a velocità inaudite, applicando concezioni armoniche che anticipano di decenni lo sviluppo della musica jazz, sull’evoluzione della quale avrebbero avuto una profonda influenza. Nei suoi primi anni a New York Charlie Parker ebbe modo di ascoltare Tatum, e scelse deliberatamente di lavorare nelle cucine dei locali dove il pianista si esibiva per ammirarne la tecnica e lo stile. I suoi estimatori non si limitavano al mondo del jazz: il compositore e pianista russo Sergei Rachmaninov, dopo che l’ebbe sentito suonare, disse che si trattava del più grande pianista vivente. Uguale ammirazione Tatum riscuoteva anche presso Vladimir Horowitz, suo grande amico. Ma Tatum non si considerò mai un pianista classico, ancorché finì per inserire nel suo repertorio alcuni brani classici riarrangiati nella sua caratteristica maniera. Celebre la sua reinterpretazione dell’Op. 101 Humoresque n. 7 e della “Élégie” di Jules Massenet.

Come improvvisatore, Tatum preferiva mantenere riconoscibile la melodia del brano che affrontava, riarmonizzandolo, lavorando cioè sulla progressione degli accordi, mentre sul versante melodico decorava la linea melodica con caratteristici abbellimenti e rapidissime scale (ascendenti e discendenti), talvolta criticate come gratuite e poco jazzistiche. In ogni caso il critico e imprenditore musicale Leonard Feather lo definì come “il più grande improvvisatore della storia del jazz, a prescindere dallo strumento”. Seppure partito dalla tradizione pianistica stride, dove risente dell’influenza di grandi musicisti come Fats Waller, James P. Johnson e Willie The Lion Smith, Tatum se ne distacca decisamente, non tanto per il suo ferreo senso del ritmo scandito dalla mano sinistra, ma soprattutto per l’improvvisazione multiforme e funambolica della sua mano destra, capace di suonare a velocità impensabili e mantenendo sempre una diteggiatura nitida e granitica. Per questo suo caratteristico e unico modo di arpeggiare, con un suono dal timbro luminoso e cristallino, a prescindere dal tipo di pianoforte usato, Tatum riscuoteva (e ancora oggi riscuote) sconfinata ammirazione dagli altri colleghi pianisti. Ad esempio, Oscar Peterson dichiarò pubblicamente che, da adolescente, dopo che un giorno suo padre gli fece ascoltare “Tiger Rag”, pianse amaramente tutta la notte. E restò così sconvolto da quella registrazione che smise di suonare il piano per due mesi di seguito, tale era la frustrazione (e al tempo stesso l’ammirazione) per il genio di Tatum: Peterson infatti era convinto che ci fossero due pianisti a suonare contemporaneamente e non uno solo. Anche Duke Ellington aveva grande amore per Tatum e, nella sua autobiografia (“Music is my mistress” Da Capo Press NY, 1972), racconta: “…alcuni miei amici mi avevano parlato di lui e di come fosse terrificante il suo modo di suonare, ma quando lo incontrai per la prima volta fui assolutamente impreparato per ciò che avrei ascoltato di lì a poco…”.

Le prime registrazioni di Tatum risalgono al 1932, anno del trasferimento a New York; ma continuarono ininterrotte sino alla sua morte. Incise per la Decca Records (1934-41), per la Capitol Records (1949, 1952) e per le case discografiche gestite da Norman Granz (dapprima Clef, poi Verve ed infine Pablo) (1953-56). Per Granz, Tatum registrò nel 1953 una lunga serie di brani (“The Tatum solo masterpieces “), vera maratona solistica e parallelamente negli stessi anni incise con alcuni tra i migliori musicisti della “scuderia” granziana riuniti in gruppi creati per l’occasione (“The Tatum Group Masterpieces”); tali gruppi comprendevano Roy Eldridge, Buddy Rich, Jo Jones, Harry Edison, Ben Webster, Buddy DeFranco, Benny Carter e Lionel Hampton. Particolarmente riuscita la seduta d’incisione in quartetto con Ben Webster al Sassofono tenore. Per diversi anni fu a capo di un trio, con Slam Stewart al contrabbasso e Tiny Grimes alla chitarra, formazione che permetteva a Tatum una migliore penetrazione commerciale, e con il quale infatti ottenne grandi successi, ma anche se le registrazioni in trio mostrano un grande intesa tra i componenti (nonostante la tendenza di Tatum a prevaricare e riempire tutti i vuoti) sono tuttavia le registrazioni da solista di cui sopra che mettono in evidenza la sua straordinaria capacità di esplorare tutti i registri della tastiera con eccezionale padronanza e velocità, mantenendo sempre un innato senso del ritmo con grande calma e senza il minimo sforzo. Molti testimoni inoltre affermano (e alcune registrazioni lo confermano) che Tatum fosse ambidestro, cioè che potesse fare con la mano sinistra tutto ciò che faceva con la destra.

Le diverse apparizioni di Tatum in programmi televisivi, specialmente nel Tonight Show di Steve Allen, dove fu ospite per diversi episodi, non sono arrivate sino ad oggi poiché le registrazioni video vennero cestinate per sgombrare gli archivi della società televisiva. Il sonoro di alcune delle puntate, registrate da appassionati durante le trasmissioni, è invece fortunosamente disponibile e in parte è stato riversato su disco.

Nel novembre del 1956 Art Tatum morì a Los Angeles per un uremia dovuta a insufficienza renale, causata dall’abuso di alcool.