Duke Ellington La musica è la mia Signora

Prefazione di Franco Fayenz
Minimum Fax 2007
www.minimumfax.it
Pag 462 – prezzo di copertina 17 Euro.

La autobiografie sono, quasi per definizione, un genere letterario suggestivo ma insidioso, affascinante ma anche spesso inattendibile. E’ che il punto di vista del narratore, che peraltro domina qualsiasi ricostruzione storica, nelle opere di memorialistica tende a debordare ed a deformare la realtà. Soprattutto quando l’autore è un protagonista assoluto come Duke Ellington e scrive le sue memorie senza collaborazione di uno scrittore professionista, che faccia da mediatore, che incanali la narrazione ed inquadri le vicende personali in un epoca.

In effetti chi volesse avvicinarsi al jazz attraverso la lettura di questo libro potrebbe essere portato a pensare che la vicenda storica di questa musica ruoti esclusivamente intorno alla figura di Duke ed alla vicenda della sua orchestra.

Basti leggere i capitoli intitolati “i personaggi del dramma” che scandiscono quasi ritmicamente la narrazione. L’ appassionato si aspetterebbe di trovarvi una miniera, se non di spunti e di riflessione critica, di storie e di aneddoti. Invece le figure sono spesso tratteggiate in maniera un po’ vacua e poco interessante. Così, ad esempio, le poche pagine dedicate a Coleman Hawkins come “personaggio del dramma” si riducono ad una scombinata storia di ricerca di partiture di standard jazzistici per il re della Thailandia.

Altro esempio. Mingus viene citato solo per le innocue bizze nella storica incisione di “Fleurette Africaine” in trio con Duke stesso e Max Roach, e non ad esempio per la breve militanza del bassista nell’orchestra dello stesso Duca e il memorabile litigio con Juan Tizol.

E‘ che Ellington tende a dare di sé, della sua orchestra, della sua vita, del mondo che lo circonda, un-idea positiva e rassicurante, Le tensioni razziali come i drammi personali dei grandi musicisti afroamericani vengono relegati su uno sfondo lontano, in una prospettiva offuscata. Il mondo di Ellington è positivo e tende ad avviarsi alla perfezione. Senza tensioni o dolori.

Quella che Duke racconta è la storia di un uomo di immenso successo, consapevole del suo genio e del suo talento e della sua popolarità, che dalla vita ha avuto tutto e non ha voglia di tracciare bilanci critici.

Detto questo, e la bella prefazione di Franco Fayenz mette in luce a perfezione le contraddizioni del personaggio Ellington, il libro è del tutto imperdibile: per svariati motivi.

Il primo è del tutto ovvio. Non si ha conoscenza della musica afro-americana senza quella di Ellington ed il punto di vista del Duca è assolutamente sempre imprescindibile.

Il secondo è che l’opera contiene sì lungaggini e narrazioni inessenziali (la prima edizione italiana fu notevolmente rimaneggiata forse proprio per questo) ma anche momenti di altissima poesia e di grande interesse storico. I ricordi dei grandi musicisti dell’orchestra (StrayhornHodgesCarney in primis) sono improntati a sincera commozione e grande delicatezza. Certe pagine sul valore della musica sono indimenticabili. Come davvero suggestiva è la rievocazione della giovinezza di Duke dominata dalle figure –nume di pianisti come Willie “The Lion Smith” e James P.Johnson. In queste parti del libro il genio di Washington riesce spesso a riportare sulla carta la magia della sua musica. Altrove come nei diari di viaggio, peraltro a volte un po’ futili, si colgono, come rapide foto o pennellate (Duke fu anche pittore), immagini davvero nette e belle dei luoghi visitati.

E poi i giudizi sulla sua arte (“diventai compositore perché non avevo sufficiente talento per suonare la musica di altri…“), sui rapporti fra musica e questione razziale (“in teatro è meglio dire e non dire“), sul Bop. Ed ancora il suo ritenere la parola ed il concetto stesso di jazz superati, la storia della nascita di tanti capolavori, lo splendido capitolo intitolato “Menestrello di strada” che precede la lunga autointervista finale. Un libro diseguale, ma pur sempre il libro di colui che della musica che amiamo fu l’interprete più grande. E, come giustamente ripete Fayenz, di uno dei maggiori artisti del ‘900.