Carlo Loffredo Billie Holyday, che palle!…

“Ho scritto un divertentissimo libro di memorie che ho intitolato “Billie Holyday, che palle!…” ma che difficilmente troverà un editore intelligente al punto da pubblicarlo.”

Diceva così in una intervista apparsa su questo sito Carlo Loffredo, decano (non so se questa espressione piacerà al maestro) del nostro jazz. Ora si è trovato l’editore (non si capisce perché Loffredo fosse tanto pessimista) ed il lettore ha fra le mani un libro brillante e ben scritto. Un libro venato di una nostalgia sobria ed ironica su un passato irripetibile, quello della dolce vita, dell’Italia degli anni ’50. Nelle pagine del narratore si muovono miti del cinema italiano, personaggi del jet set internazionale, star di Hollywood ed eccentrici nobili siciliani, artisti come De Chirico o Guttuso. Un mondo in bianco e nero, che sembra uscito da un vecchio cinegiornale d’epoca, nel quale appaiono Django, Earl Hines, Satchmo, Chet e tutti i grandi con cui Loffredo ha suonato. Un mondo dove si respira l’atmosfera di celebri locali romani, della piazzetta di Capri, così come della Mosca degli anni di Nikita Kruscev. Un mondo dove il lettore – spettatore – può sfilare con una marching band lungo Canal Street a New Orleans.

Il contrabbassista romano scrive davvero bene (è stato anche giornalista) ed ha la capacità di cogliere la poesia di certe situazioni, di fotografare particolari momenti. Lui stesso che suona Saint Louis Blues, sotto un ponte del Tevere, durante un bombardamento. Tony Scott incappucciato che soffia gospel nel suo clarinetto durante una processione pasquale nel Lazio. Un West End blues suonato da Satchmo una notte, davanti al carcere di New Orleans dove imparò la musica.
Una lettura piacevole, utile a ricostruire il clima ed i sogni di un epoca.

Certo, il punto di vista di Loffredo sul jazz non è esattamente quello di chi scrive queste brevi note. Già il titolo è duro da digerire, come lo è una certa ostentata noncuranza per il jazz dal bebop in poi. Eppure il maestro ha suonato anche, ed a più riprese, con musicisti come Chet Baker e Dizzy Gillespie che proprio tradizionalisti non erano, ed ha praticato il bop. Ammette di essere affascinato dalla libertà di musicisti come Chet, che salivano sul palco senza nemmeno dare la scaletta agli accompagnatori.

Il fatto è che, da sempre, nel jazz convivono le anime dell’intrattenimento e quella della ricerca artistica, anche estrema. Loffredo privilegia, del tutto legittimamente, la prima. Billie Holiday, tormentata e ferita (“miagolante e iettatoria”) è per lui il simbolo negativo della seconda.

Quello che però manca nel libro è un maggiore approfondimento, magari polemico, di questa contrapposizione. Invece Loffredo si limita a notazioni sparse e spesso generiche. A volte, a dirla tutta, si ha l’impressione che il maestro predichi male contro il jazz “moderno” ma razzoli benissimo. Non a caso cita fra i migliori musicisti italiani quel Massimo Urbani (“Un genio”) apparentemente tanto lontano dal suo mondo. Riconosce il valore assoluto di un Mario Schiano (ed anche di Schiaffini). Ma le pagine dedicate al jazz ed alle polemiche che lo agitano sono troppo poche e, per certi versi, frettolose. Peccato perché la penna di Loffredo sa essere anche acuminata e qualche polemica in più sarebbe stata l’ideale condimento per un libro saporito come questo.