David Brun Lambert Nina Simone (una vita)

Kowalsky editore
Pag 430
prezzo di copertina 22 Euro

Le biografie degli artisti, in una musica intrisa di individualismo come il jazz, contano sempre molto. Tanto più se le vite narrate sono intense, turbinose, disordinate come quella di Nina Simone (Eunice Kathleen Waymon, 21 feb 1933 – 21 apr 2003).

A cinque anni di distanza dalla morte della vocalist, un bel libro di uno scrittore francese, David Brun Lambert, ricostruisce la complicata vicenda umana di colei che sarebbe dovuta diventare la prima concertista nera di musica classica nella storia degli Stati Uniti. Nina cominciò a suonare nei club per pagarsi gli studi di pianoforte che dovevano farla ammettere ad una prestigiosa scuola di perfezionamento. Fu obbligata (come Nat King Cole) da un gestore a cantare perché il pubblico non si accontentava di serate di solo piano.
Quello che doveva essere un espediente temporaneo divenne presto la prima tappa di una carriera ricca di successi come di rovesci. L’impossibilità di diventare una pianista classica fu sempre vissuta dalla Simone come una sconfitta esistenziale. Per tutta la vita si sentì nel posto sbagliato. Suonava gospel, jazz e pop music invece dell’adorato Bach. Allentò i legami con la religiosissima famiglia d’origine (la madre era predicatrice) che le perdonò malvolentieri la scelta di dedicarsi alla “musica del diavolo”. Il nome stesso di Nina Simone fu assunto agli inizi proprio per nascondere ai familiari la strada che la sua vita stava prendendo. Avrebbe voluto essere un esponente di punta del radicalismo politico nero degli anni ‘60 ma il brano che la rese famosa e la consacrò come pop star internazionale fu quel “My babe just cares for me” che lei non amava affatto. Oltre a questo, l’alcool ed il solito contorno di amori sbagliati, di discografici disonesti, di crolli e risalite che fanno parte della storia di tanti artisti del jazz.

Tutto ciò e molto altro racconta Brun Lambert. Chiaramente innamorato del personaggio, arriva a dire che Nina era un “hougan”, un incaricato di diffondere la volontà dello Spirito. Arriva a considerarla una “High priestess of soul”, una grande sacerdotessa dell’anima.

L’autore non è certo il solo ad aver subito il fascino ipnotico, africano, della musica della Simone. Anche chi scrive queste note è tuttora catturato da quella voce insolita, dalla capacità di arroventare il clima di ogni pezzo eseguito, dalla ricchezza di linguaggi.

Il jazz ed il suo mondo rimangono, però, un po’ defilati nella narrazione. Sarebbe stato utile ad esempio capire come la critica jazz vedeva il fenomeno Simone, o sapere cosa di lei pensavano i grandi musicisti di un epoca in cui, per dirla con Phil Woods, “i giganti camminavano sulla terra”. Le citazioni della stampa specializzata dell’epoca sono invece molto scarse, se non inesistenti. Eppure, molto bella è la descrizione dei movimenti politici neri e dei rapporti che la cantante ebbe con essi (simpatizzò più o meno apertamente con il “Black Panthers Party”).

Un libro con qualche ombra e qualche pecca, ma assolutamente necessario, per capire dove e come nasce il mito di Nina Simone.