Rosario Giuliani Love In Translation

1. Duke Ellington Sound Of Love
2. I Wish You Love
3. Love Letters
4. Love Is A Planchette
5. I Can’t Help Falling In Love With You
6. The Hidden Force Of Love
7. Raise Heaven – To Roy Hargrove
8. Love In Translation
9. Everything I Love
10. Tamburo

Rosario Giuliani – sassofono contralto e soprano
Joe Locke – vibrafono
Dario Deidda – basso
Roberto Gatto – batteria
 

Non è una raccolta di canzoni d’amore: almeno non solo, e nonostante i titoli lascino intendere il collante che, sicuramente, è l’amore. Qui non vi è nulla di sdolcinato, tutt’altro. Rosario Giuliani che, senza timore di smentita, è tra i migliori sassofonisti della scena internazionale, è a capo di un quartetto-dream team e fa il leader come è suo costume: con garbo, naturalezza e condividendo la sua passione musicale. Dal tema “love” fanno eccezione due brani, quantomeno nell’intestazione: il primo è una dedica personale di Joe Locke a Roy Hargrove, che tocca il cuore per essere delicata quanto una nenia, ma solida e rocciosa nella sua struttura di ballad, con Giuliani che disegna un blues al soprano (“Raise Heave”). Brano che fa coppia, come si diceva, con “Tamburo”, firmato dal leader, che mette in campo tutta la sua spontaneità narrativa filmica dalle tinte soffuse. Esperienza che si ripete nel brano eponimo, lì dove il contralto tratta il tema sul tappeto sonoro tramato da Joe Locke e dai delicati e, al contempo, incisivi tamburi di Roberto Gatto.
Giuliani combina un discorso in cui coabitano le sottili armoniche del bebop, la conoscenza dell’improvvisazione modale, creando un suono marcatamente personale. L’interazione con il trio è perfetta e il suono del contralto si muove sinuoso tra le corde di Dario Deidda, abilmente capace di superare tutte le convenzioni del basso, disegnando walking bass e contrappunti raffinati (“The Hidden Force Of Love”). “Love Is A Planchette” reca il sigillo di Locke, che sguinzaglia una serie di effetti polifonici ubriacanti. Come se non bastasse tutto questo, a far da corollario agli original, troviamo Charles Mingus con “Duke Ellington’s Sound Of Love”, in tutto il suo splendore lirico, abbondantemente rimarcato da Giuliani: la materia, sotto le sue dita, si affina, diventa fragile, diventa perfetta trasparenza e la melodia si insinua quasi impalpabile. C’è “I Wish You Love” di Charles Trenet, che swinga e si contorce intorno alle pieghe armoniche e all’immarcescibile tema; “Love Letters” (Young-Heyman): una carezza che riporta alla mente il periodo aureo del jazz.