Keith Jarrett Improvvisazioni dall’anima – Alessandro Balossino

Alessandro Balossino è un grande estimatore di Keith Jarrett e il suo libro, più che sul pianista di Allentown, è incentrato proprio sulla sua passione per Jarrett e per il suo modo di intendere e di vivere la musica. L’autore, sessantaseienne, con buoni studi di pianoforte alle spalle, nel testo racconta a grandi linee l’itinerario svolto da lui medesimo per arrivare al jazz e alla scoperta del geniale musicista, passando, come molti suoi coetanei, prima dagli eroi del rock in un percorso di graduale avvicinamento alla meta finale, il suo modello di ispirazione, il leader dello Standards trio.

L’opera è strutturata in maniera cronologica, dopo un flash iniziale sulla malattia che ha tenuto lontano dai riflettori Jarrett per un paio d’anni. In realtà, spesso, Balossino si lascia prendere la mano e devia dall’argomento indicato nel titolo del capitolo per chiarire meglio determinati aspetti della narrazione, perdendo, però, un po’ il filo del ragionamento, allontanandosi, così, dal cuore del tema trattato. A causa della volontà di far capire, di precisare determinati momenti dell’excursus artistico di Jarrett, cioè, Balossino apre e chiude parentesi a ripetizione. In tal modo finisce per mescolare osservazioni diverse, a scapito della continuità espositiva. In certi casi, poi, si ripetono indagini e considerazioni, magari con un differente grado di approfondimento, a distanza abbastanza ravvicinata. D’altra parte lo scrittore genovese è un divulgatore, tiene lezioni di storia della musica all’università della terza del Ponente; infatti, probabilmente ha trasferito sulle pagine la preoccupazione di rendere il più possibile manifesti i concetti che illustra, per essere compreso anche da chi non ha una preparazione specifica sulla materia. Da questo principio di base si sviluppano, a ben vedere, le divagazioni sugli elementi di teoria della musica o ci si aggancia alla storia dei grandi maestri del jazz per esporre il loro modo di concepire l’improvvisazione o la maniera di comunicare il loro mondo espressivo. Tutto per mettere in chiaro, per comparazione, l’estetica jarrettiana.

I punti forti del libro sono, comunque, le accurate analisi, passaggio dopo passaggio, di alcune incisioni di piano solo. In particolare ci si sofferma su “Facing you”, “The Koln Concert” o sul dvd “Tokyo solo”. In questo ambito Balossino rivela una capacità notevole nel radiografare quanto avviene nel flusso musicale e allo stesso tempo nell’immaginare le intenzioni di Jarrett ad ogni cambio di scenario, fra una parte e l’altra della performance. Diventano, così, scusabili, i nervosismi, le isterie di cui è stato accusato in determinate circostanze il tastierista. Tutti ricordano cosa sia successo a Umbria jazz qualche anno fa, per intenderci. In verità Jarrett ha necessità assoluta di un pubblico silenzioso e partecipe, per non perdere “la melodia che ha in testa”, l’atto creativo che si sta concretizzando in tempo reale. Non è spocchia o maleducazione la sua, a parere del docente ligure, perlomeno. E’ una sorta di ansia da prestazione che si traduce in un atteggiamento esigente, meglio intransigente, nei confronti degli spettatori in sala.

E’ particolarmente riuscito, inoltre, il capitolo riguardante lo “Standards Trio”, in cui viene evidenziato acutamente come, rispetto ai gruppi mainstream, Jarrett e soci assumano al centro del loro lavoro la melodia;” nei singoli assoli si ritrova sempre il motivo di base”, magari frammentato, sino a formare come in un mosaico, a gioco lungo, i temi completi dei super-classici lustrati a nuovo.

E’ ben messa a fuoco, ancora, la figura di Gurdijeff, filosofo, mistico e musicista che con le sue teorie ha influenzato enormemente Jarrett Secondo questo strano personaggio esiste una “musica oggettiva usata da iniziati per trasmettere messaggi in codice che solo altri iniziati sono in grado di decifrare”. In effetti mentre compone istantaneamente davanti al pubblico, il pianista pare cercare di coinvolgere i presenti in una specie di rito collettivo, con l’officiante sul palco e il popolo dei fedeli in platea.

Come recita il titolo del libro “improvvisazione dell’anima”, Balossino elenca, a un certo punto, una serie di situazioni in cui ha sentito il brivido di un’emozione intensa, il “vibrare delle mie corde interne” all’ascolto di alcuni pezzi rock, jazz, o sinfonici, in una sorta di trasferimento dall’anima di chi suona all’anima di chi fruisce la musica. La stessa sensazione avvertita sentendo i capolavori del maestro americano degli ottantotto tasti, in grado di commuoverlo, sovente, fino alle lacrime. Intuizioni e scelte anche condivisibili, ma l’uso della prima persona e un’eccessiva individualizzazione nella maniera di relazionare finiscono per spostare l’attenzione sull’autore, anziché sul protagonista del presente volume. Non è questo, insomma, un punto a favore dell’opera. Come peraltro ci si può sorprendere per la mancanza, nella bibliografia consultata, del prezioso testo di Ian Carr “Keith Jarrett: l’uomo e la musica” oppure de “Il mio desiderio feroce” in cui il pianista statunitense spiega in prima persona i segreti della sua arte.

E’ ben curata, per contro, la discografia, come è utile un glossario dove vengono definiti puntualmente i parametri del jazz, richiamati nelle pagine precedenti.
Ad ogni buon conto il libro si legge senza sforzo, scorre bene. Anche quando l’autore si dedica a questioni tecniche, non ci sono parti difficoltose da tradurre e assimilare, pure per chi non è particolarmente esperto. Forse ci potevano stare, come annotato in precedenza e in conclusione, un maggior impegno nella documentazione e un distacco dall’io narrante nello sviluppo del discorso, per redigere un testo più da saggista e meno da fan.