Jazz Inchiesta: Italia – Il Jazz Negli Anni ’70 – Enrico Cogno

l libro di Enrico Cogno è stato pubblicato una prima volta nel 1971 e ora viene riedito da Arcana in una versione corredata da una postfazione di Roberto Arcuri e da una serie di recensioni di “Dischi nuovi”, tratti dalla rivista “Musica jazz”, risalenti più o meno alla stessa epoca. Il testo non ha grosse pretese di sistematicità e riunisce, così, come flash dotati di una loro autonomia, una serie di interviste a musicisti, giornalisti e addetti ai lavori, accanto al resoconto di un’inchiesta volta allo scopo di sondare la conoscenza del jazz, in specie quello del nostro paese, fra la gente comune. Francamente questa è la parte meno riuscita, perché raccoglie un numero ridotto di testimonianze, che contengono rilievi e risposte più o meno similari. Nulla di interessante, né di veramente significativo, insomma, anche per l’esiguità del campione preso in esame.

Pure una breve storia della nascita e dell’ affermazione della musica afroamericana in Italia risulta fuori tema in questo volume, destinato ad occuparsi, già dal titolo, dell’attualità di quel decennio che andava ad incominciare.

Dalle interviste o dalle argomentazioni degli interlocutori di Cogno, invece, si possono ricavare tanti spunti di riflessione e di approfondimento. Viene sollevato, anzitutto, il problema dell’educazione musicale. Dagli anni settanta ci sono stati positivi cambiamenti a livello dei conservatori, dove, ormai, il jazz è largamente accettato, anche con corsi di laurea specifici. Non si può dire lo stesso per quanto riguarda i programmi della scuola dell’obbligo, ancora carenti sotto questo punto di vista.

Per tanti musicisti, poi, accanto alla professione nella musica leggera, si affianca, da dilettanti “L’amore per il jazz,,,, che per loro costituisce una lieta vacanza”, come sostiene Arrigo Polillo. Allora l’orchestra della Rai e non solo dà lavoro a fior di solisti, come Mario Pezzotta, Dino Piana, Gianni Basso…Oggi non è più così e pochissimi riescono a vivere con la loro arte improvvisativa. Per il direttore di Musica jazz, comunque, questa bivalenza non produce frutti succosi, proprio per l’atteggiamento disimpegnato riservato dai medesimi all’area extra-professionale.
All’inizio di quel decennio è forte, inoltre, la contrapposizione fra conservatori e modernisti, anche se alcuni nomi insospettabili dimostrano aperture impensabili verso la new thing. Meraviglia assai, infatti, leggere che un trombettista mainstream come Oscar Valdambrini si è adeguato al free dopo averlo “maturato a gradi, facendolo decantare”… Roba da strabuzzare gli occhi!
Il libro racchiude, inoltre, ritratti misteriosi e affascinanti, come quello di Umberto Cesàri, mitico genio degli 88 tasti, rinchiuso nel suo appartamento milanese da cui non esce mai, alla stessa stregua del leggendario pianista sull’oceano di Alessandro Baricco.

Ci sono, poi contributi sferzanti, decisamente polemici, come quello di Franco Pecori, batterista e intellettuale a tutto tondo, schierato a spada tratta a favore dell’avanguardia, contro le tendenze reazionarie dei passatisti. Pure Marcello Rosa non scherza affatto con uno sfogo acceso contro la televisione di stato e i funzionari di quel periodo.

La postfazione di Roberto Arcuri inquadra il libro nell’ambito socio-culturale in cui è germinato, con l’emergere dell’ onda lunga del ’68 e il manifestarsi dello scontro ideologico fra tesi opposte in anni di fermento e di contrapposizione anche violenta. Si tratta di una sorta di relativizzazione di determinati concetti critici e artistici, non solo culturali, ma probabilmente Enrico Cogno non era particolarmente interessato a questo tipo di prospettiva o forse non era neppure del tutto consapevole della posta in gioco.

Sono illuminanti, infine e decisamente problematiche, difficili da passare sotto silenzio, le recensioni allegate come parte finale del volume. In queste, Polillo, ad esempio, taglia letteralmente il cappotto addosso a Steve Lacy, non uno qualunque, per intenderci, ritenendo che il sopranista non sappia distinguere, in soldoni, “La musica dal rumore”. Sempre lo stesso Polillo scrive, rispetto ad un disco di Azzolini, che” certe fumisterie di illustri personaggi d’oltre Atlantico, come Don Cherry, Sun Ra o Steve Lacy, fanno un poco ridere”…

In conclusione “Jazz inchiesta: Italia” si legge velocemente, grazie allo stile giornalistico dell’autore e ci riporta a considerare un periodo storico segnato da grande movimento e da notevoli mutazioni, non solo in campo musicale e a immmedesimarci in quelle ferventi discussioni all’ultimo sangue, di cui si è persa, purtroppo o per fortuna, l’abitudine.